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Le Domande - Archivio

siamo una aps e visto che stanno venendo fuori alcune attività commerciali di gestione di scuole estive e di gestione di scuola materna e centro polivalente desideriamo capire qual è la percentuale che dobbiamo mantenere tra le attività commerciali e quelle di volontariato e in qule misura i soci possono essere pagati. desidereremmo anche contattare delle associazioni di promozione sociale già attive pe una scambio di esperienze

Spett.le Utente,
Le associazioni di Promozione sociale posso effettuare attività anche ai non soci definite commerciali, quindi in campo d’imposizione sia IVA sia IRES (ex Irpeg). Tale possibilità è subordinata dal fatto che si rispettino determinati limiti tra cui il principale è che il volume dell’attività commerciale non deve mai essere superiore a quello dell’attività istituzionale, cioè quella rivolta ai propri soci.

Di seguito le riporto i parametri previsti dall’art. 149 del TUIR che determinano o meno indizi per la perdita della qualifica di ente non commerciale.

  • prevalenza delle immobilizzazioni nette relative all'attività commerciale rispetto a quelle delle restanti attività;
  • prevalenza dei ricavi commerciali sul valore normale delle prestazioni istituzionali;
  • prevalenza dei redditi di impresa rispetto alle entrate istituzionali (la Circolare 124/98 ha ritenuto che la locuzione "redditi di impresa", in tale contesto, fosse riferita ai componenti positivi dei reddito stesso);
  • prevalenza dei componenti negativi commerciali sulle restanti spese.

Per quanto riguarda la misura dei compensi da erogare ai soci, non ci sono limiti, a parte quelli sopraindicati di prevalenza di costi commerciali rispetto a quelli istituzionali, oltreché esistere una prevalenza di lavoro prestato in forma gratuita e volontaria rispetto a quella retribuita. Non a caso l’art. 18 comma 2 della legge 383/2000 prevede quanto segue:

“Le associazioni possono, inoltre, in caso di particolare necessità, assumere lavoratori dipendenti o avvalersi di prestazioni di lavoro autonomo, anche ricorrendo a propri associati.”

Quindi in caso di particolare necessita, l’associazione può ricorrere alle prestazioni dei propri soci chiaramente utilizzando contratti di lavoro dipendente, assimilato, autonomo oppure occasionale.

Per Concludere: la regola generale per esercitare attività commerciale e non perdere la qualifica di ente non commerciale è che il volume dell’attività commerciale non può mai essere superiore rispetto a quell’istituzionale (elemento fondante per essere definito ente non commerciale).
Per quanto riguarda i compensi da elargire ai soci, non ci sono limiti (a parte quelli sopra indicati e soprattutto che l’entità delle prestazioni volontarie e gratuite siano superiori di quelle retribuite). Chiaramente l’associazione può ricorrere a prestazioni retribuite dei propri soci utilizzando le forme lavorative previste dalla legge (lavoro dipendente, assimilato, collaboratore, autonomo e occasionale). Per quanto riguarda la possibilità di contattare eventualmente altre associazioni con esperienze simili, il mio consiglio è di provare ad informarsi presso la propria Provincia – Servizi sociali e sanità, oppure, di contattare eventualmente gli uffici territoriali di associazioni di carattere nazionale.

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